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martedì 30 gennaio 2018

Università



>QUANDO L' UOMO COMUNE CAPISCE DIVENTA SAGGIO.
QUANDO IL SAGGIO CAPISCE DIVENTA UN UOMO COMUNE<


Da oggi, ufficialmente, Palestra Stile Libero-Laboratorio Motorio diventa azienda convenzionata con l’Università degli Studi di Genova, facoltà di Medicina e Chirurgia, come sede di tirocinio per gli studenti del Corso di Laurea in Scienze Motorie.
La cosa mi rende particolarmente soddisfatto, credo che lo smarrimento e il senso di inutilità e sconforto riscontrabile in gran parte degli “scienziati motori” sia imputabile proprio alla precaria e, soprattutto, dispersiva formazione ricevuta in facoltà e, nel mondo a tutta velocità odierno, rimanere tagliati fuori dal mercato del movimento è, anche vista la feroce concorrenza, un attimo.






Poter contribuire alla formazione degli studenti acquista, dunque, una molteplice valenza: fondere lo studio accademico con l’esperienza sul campo, confrontarsi con una realtà viva e pulsante, costruita con una visione laterale del movimento, assaporare il gusto profondo ed intenso della contaminazione come occasione di crescita, mettersi in gioco ed assumersi le proprie responsabilità.
Io sono pronto, anzi prontissimo, così come il primo tirocinante, Nicolò; se avete voglia di cogliere un’occasione, beh, ora sapete cosa fare.
SL.A.
“Gli uomini che rallentano e temporeggiare prima di decidere arrivano secondi. E io non sono uno di quelli. E.M.”

mercoledì 3 gennaio 2018

APPROCCIO OSTEOPATICO






>ARTI MARZIALI E OSTEOPATIA<

Trovo un singolare parallelo tra lo studio delle Arti marziali e quello dell'Osteopatia: una difficoltà iniziale ad entrare in un'ottica diversa, in una visione laterale delle cose, ma lo stesso entusiasmante coinvolgimento appena se ne riesce a percepire l'essenza.
Sono fortemente attratto da una particolare "branca" dell'Osteopatia, quella che viene definita "Funzionale" dove, per farla (molto) breve, i tessuti disfunzionali vengono posizionati in una situazione di riposo definita - Neutro Dinamico - esplicitazione che trovo particolarmente affascinante e strettamente connessa con il mondo delle Arti Marziali.
Punti cardine:
1) L’induzione iniziale del movimento in ciascuna delle direzioni elementari è piccola (non estesa) e le forze applicate sono minime
2) Il movimento viene portato verso la percezione di un brusco aumento di cedevolezza; la risposta si manifesta attraverso una minore percezione di resistenza alla pressione esercitata dalle dita che controllano il segmento in disfunzione (contemporaneamente, i movimenti si allontanano dalla direzione opposta di crescente resistenza)
3) Vengono combinate le singole direzioni rotatorie e traslatorie, controllandole al fine di ottenere un dolce movimento corporeo di torsione ad arco. L’ordine con il quale vengono indotte tali direzioni non è importante.
4) L’ultima fase della procedura funzionale prevede la richiesta di una specifico contributo di respirazione attiva, da effettuarsi nella direzione (inspirazione o espirazione) di ulteriore aumento di cedevolezza. Ad esempio, se si tratta dell’inspirazione, si inviterà il paziente a fare un respiro profondo, lentamente, e poi a trattenerlo per un poco.
5) Questo intervallo respiratorio, che si andrà ad aggiungere al continuo feedback di resistenza decrescente, permette all’operatore di completare attivamente la combinazione delle direzioni traslatorie e rotatorie più adatte ad ottenere il rilasciamento tissutale.
6) Il ripristino della simmetria motoria consente il ritorno alla posizione di riposo, lungo la linea mediana, non ostacolato da alcuna resistenza precedentemente percepita (feedback palpatori simmetrici).
Esulando da tutti i tecnicismi sia legati all'Osteopatia sia alle Arti Marziali (evidenti e ipotizzabili), tutto questo mi richiama alla mente una frase:
"Se il tuo avversario ti attacca con impeto, ricevilo con leggerezza. Se ti attacca con leggerezza, ricevilo con leggerezza" K.M. 10° Dan
E il parallelo continua:
"La scienza osteopatica ha molto da offrire se lavorate con forze interne che fanno emergere i processi di guarigione. È meglio lavorare con queste forze piuttosto che applicare qualcosa dall’esterno." W.G.Sutherland
“Shiki soku ze ku - Ku soku ze shiki
Tutti gli aspetti della realtà visibile equivalgono al vuoto (nulla) -
Il vuoto (nulla) è l'origine di tutta la realtà”. G.Funakoshi
La Mano Vuota marziale.
La Mano Vuota osteopatica.
Tutto questo si riflette, inevitabilmente, nella pratica, sia Marziale che Osteopatica …


Il racconto di percorsi personali.
>L’ARTE DI DIRIGERE LO SPIRITO E IL TRATTAMENTO OSTEOPATICO<

Parto sempre spavaldo. Non c’è problema, mi dico.
Poi arriva la paura, catalizzata da un senso di inadeguatezza, essere al posto sbagliato al momento sbagliato; i pensieri corrono ad inseguire un appiglio, un’ancora di salvezza; il cervello viene rivoltato alla ricerca di un qualcosa già visto, già vissuto al quale potersi aggrappare. Nulla. Uno scavo troppo consapevole per essere profondo, troppo pensato, troppo cosciente per riuscire a raggiungere la mia porzione primitiva, la mia parte libera.
Il tutto accade nel tempo di una stretta di mano poi, incredibilmente, l’orologio rallenta, fino a quasi fermarsi e, nello stesso istante accelera, fino quasi a travolgere. Domande, risposte, gesti, consuetudini, protocolli, test, prassi, appunti … tutto scorre davanti ai tuoi occhi come un vecchio film in bianco e nero; sei spettatore, ma anche un attore protagonista.
In un attimo durato minuti, ti trovi con le mani appoggiate sul corpo.
Subito un flash ad immagini multicolori, i libri di anatomia inondano il pensiero, ma l’inconscio li scaccia subito: “solo i tessuti sanno (R.B.)” e con quelli cerco di interfacciarmi.
Tutto, improvvisamente, cambia.

 

Non è più pensiero, è solo azione, anzi, possiamo dire che pensiero ed azione vadano a coincidere; ricordate? ”tutti gli aspetti della realtà visibile equivalgono al vuoto (nulla); il vuoto (nulla) è l’origine di tutta la realtà (G.F.)”; per un attimo mi perdo nel vuoto per, immediatamente, tornare al pieno, in una danza ancora aliena, nella sua affascinante complessità, ma allo stesso tempo così familiare, come se la conoscessi da sempre.
Le mani, meno sapienti, ancora, rispetto a ciò che vorrei, si muovono “in ascolto”; palpabile è l’abissale differenza tra un’anatomia descritta e una reale: nulla è dove dovrebbe, ma c’è tutto, in un ordine perfetto, ma terribilmente personale. I ritmi del corpo che tocco diventano i miei, cerco di distinguerli, di separarli, di analizzarli; il cranio mi parla, l’addome mi parla … o forse sono solo spettatore di un dialogo corporeo? Poco importa, cerco di decifrare un linguaggio codificato del quale sto imparando, poco alla volta, la “Stele di Rosetta”; cerco densità anomale, ritmi stonati, provo ad unire tessere di un puzzle dagli incastri multiformi e mutevoli.
Non c’è una soluzione univoca, ma c’è la mia; devo mettere una parte di me in ciò che sto facendo, “Kyu Shin Ryu - l’arte di dirigere lo spirito”, entrare completamente in sintonia con chi si offre al trattamento: empatia, se vogliamo, un’assonanza profonda, quel sentire/soffrire dentro che diventa vibrare insieme, sulla stessa lunghezza d’onda.
Cinque anni fa mi venne detto: “l’Osteopatia è una chiacchierata con il Sistema Nervoso”. Presi per buona la frase, ma non riuscii a farla mia.
Quasi come un mantra, però, quelle parole (apparentemente) senza significato ho continuato a ripeterle ogni giorno, fino ad inciderle dentro e, adesso, quasi alla fine di un viaggio, che sarà l’inizio dello stesso, comincio a comprendere, a vedere; le mani sul cranio e sull’addome le metto sempre, gesti che mi danno sicurezza e, soprattutto, informazioni … cranio e addome, dove, più che in altri luoghi, l’energia del sistema nervoso è pulsante.
Presente, ma neutro, non voglio invadere, ma solo fare parte; provo, con rispetto, a indurre qualche movimento, a liberare un piccolo impedimento, a far sì che il corpo che mi accoglie trovi una sua strada, anche solamente un passo alla volta, senza fretta.
Un respiro profondo e tutto finisce, mi sveglio da un torpore meditativo quasi spossato, ma bollente di energia nuova, pronto a ricominciare, con la stessa spavalderia, con la stessa paura, con la stessa voglia di riprovare a dirigere lo spirito.


>IL TOCCO OSTEOPATICO, L’ASCOLTO OSTEOPATICO<

Appoggio le mani.
Respiro profondo e chiudo gli occhi.
Preferisco, almeno inizialmente, non avere interferenze visive, lascio che il tatto “vada in esplorazione” senza condizionamenti esterni: avere uno schema mi serve solo per poterlo abbandonare.
Cerco di pormi in ascolto.
Per un istante, invisibile, ma presente, spengo anche la coscienza, voglio che il dialogo sia solo “sensoriale”, scambio informazioni silenziose e, quindi, estremamente potenti; se desidero ricevere, devo dare qualcosa di mio.
Riesco a vedere, nonostante gli occhi chiusi, grazie al tocco, “mani che vedono e che sentono”, mi venne detto tempo fa, ma non capii … il significato è molto più profondo di quello che sembra, esula da un concetto esprimibile a parole, come profonda è la nuova capacità di interfacciarsi con chi si ha di fronte; mi muovo delicato, consapevole di rapportarmi con qualcosa di vivo, ma deciso, in modo da scegliere con che struttura confrontarmi, superficiale o profonda.
Gli occhi, ora, sono aperti, ma la vista è solo nelle mani che, libere da preconcetti, decidono cosa farmi vedere, anzi, cosa farmi ascoltare.

SL.A.

martedì 17 ottobre 2017

Salta la corda Slotty



“Salta la corda Slotty”

Celebre frase di uno dei film che, senza alcun dubbio, ha segnato un’epoca e una generazione.
Era il 1985 e quell’innocente “Salta la corda” rappresentava una normalità fin troppo normale per ragazzi, fortunatamente, cresciuti “in mezzo ad una strada”, tra cortili e macchine posteggiate, tra interminabili partite di pallone e infinite avventure arrampicati sugli alberi o nascosti in qualche tugurio abbandonato, dove era facile diventare “Cow Boy”, “Indiani”, “Pirati” o “Moschettieri”, spesso addirittura tutti nella stessa storia.
“Salta la corda” era la quotidianità.
Era.
In, relativamente, pochissimo tempo si è presentata un’involuzione delle capacità motorie da mettere i brividi, una sorta di sedazione neuromuscolare dalle ipotizzabili cause, ma di difficile risoluzione.
L’Italia ha scelto la via della “Ineducazione Motoria”, la scuola abbandona un progetto sensato di sviluppo del giovane evitando di investire sul movimento mentre l’università, nella fattispecie le facoltà di Scienze Motorie, si accontenta di sfornare disillusi disoccupati dalla traballante preparazione teorica e dall’inesistente qualità pratica. Il tutto condito da una fretta di soluzioni, da una ricerca di immediatezza e superficialità di risposta, da una “iper-comodità” tecnologica e, purtroppo, da un imperante menefreghismo.
Inibire il desiderio, innato, motorio dei giovani, soprattutto nella sua porzione educativa (non necessariamente sportiva, anzi, direi non sportiva) è un delitto che, inevitabilmente, i ragazzi pagheranno in futuro. Quanti “sportivi a quarant’anni” vedo incespicare in giro, con tanta volontà e poche basi, dispersi ad inseguire l’uscita da un labirinto senza uscite … se tanto mi da tanto, il futuro non ci riserva nulla di roseo.
Immaginate una palazzo fatto di tanti piani. Ogni piano ha delle finestre più o meno grandi dal basso, finestre enormi, fino in cima, finestre più piccole. Ecco, quel palazzo sono le capacità motorie acquisite in una vita: chi compie movimento da piccolo avrà dei finestroni belli grandi ai piani bassi; se manterrà la passione per l’attività fisica continuerà ad arricchire di finestre tutti i piani, fino alla vecchiaia. Viceversa, chi inizia a muoversi tardi, avrà le sue finestrine in alto, ma i piani bassi saranno oscurati. Non è difficile capire quale palazzo sarà più luminoso, vero? Muoversi in tenera età, specialmente in maniera multilaterale, può aiutare a disegnare (insieme a molti altri parametri) il “palazzo motorio” più luminoso e maestoso possibile.
Tutto ciò, a cascata, porta a benefici SICURI in termini di salute e aspettativa di vita.
Attualmente l’inattività fisica è identificata a livello globale come il quarto più importante fattore di rischio per la mortalità [1].
Ogni anno, infatti, in tutta Europa si verificano un milione di decessi (il 10% circa del totale) causati proprio dalla mancanza di attività fisica. Si stima che all'inattività fisi­ca siano imputabili il 5% delle affezioni coronariche, il 7% del diabete di tipo 2, il 9% dei tumori al seno e il 10% dei tumori del colon. Inoltre, molti paesi della regione hanno visto le percentuali relative al numero di persone sovrappeso e obese aumentare negli ultimi decen­ni. I dati sono allarmanti: in 46 paesi (l'87% dell'Europa), oltre la metà degli adulti sono in sovrappeso o sono obesi, ed in diversi casi si arriva a sfiorare il 70% della popolazione adulta [2].

Occorre un reset generale.
Obbligatorietà del movimento sin da molto piccoli; dare dignità al corso di laurea in scienze motorie, anche con programmi innovativi e brillanti, che mettano il movimento al centro come obiettivo primario, con una imponente mole di studio teorica, ma accompagnata da un’immersione decisa nella pratica; annichilimento del Coni e del potere di tutte le federazioni ad esso collegate, ormai semplicemente imprese commerciali, rendendole esclusivamente garanti delle competizioni  sportive; valorizzazione tramite responsabilità del laureato in scienze motorie che, a questo punto, deve rimboccarsi le maniche e dimostrare con i fatti la propria competenza; implementare le ore di attività motoria scolastica, non più oretta per sfogarsi o ripassare, ma renderla materia di studio a tutti gli effetti, abbinando la parte pratica a quella teorica; valutazione del corpo docente, evito commenti in merito (sarebbero pessimi), e rinnovamento dei programmi ministeriali …
La situazione attuale sta diventando insostenibile; c’è tanto da poter fare, ma poco tempo per farlo.
Come sempre le soluzioni immediate e veloci non portano a nulla, ci si deve impegnare nella creazione di un programma mirato alla salute e alla prevenzione, puntando sulle peculiarità dell’attività motoria che, ci tengo a sottolinearlo, non è sport.
SL.A.


Immagini tratte da:
SlidePlayer
Dati ISTAT

domenica 1 ottobre 2017

10 ANNI DI PALESTRA STILE LIBERO


“Essere significa cambiare, cambiare significa maturare, maturare significa continuare a creare se stessi incessantemente” H.L.Bergson
> 10 ANNI DI STILE LIBERO<

Questo mio tributo al compleanno di Stile Libero andrebbe letto con questo sottofondo, che lo rappresenta appieno:
https://www.youtube.com/watch?v=ECUrx_HHN2E
La foto è meravigliosa ed è la copertina migliore possibile per esplicitare questo momento: Vita.

 Lunedì 1 ottobre 2007.
Una partenza in sordina, quasi sottovoce; Palestra Stile Libero ha mosso i suoi primi timidi passi proprio oggi, dieci anni fa.
Un traguardo, certo, ma più che altro un punto di partenza, un trampolino di lancio per poter, ancora una volta, evolvere, crescere, migliorare.
Immagino che in questi casi si debba fare una festa o prenotare un locale od organizzare una serata in discoteca e via discorrendo … beh, chi  mi conosce sa che non succederà nulla del genere, non sono proprio capace di declinare il mio lavoro come un (ovviamente legittimo) carrozzone multicolore dall’apparenza imponente e dalla poca sostanza, preferisco impegnarmi nel cercare come poter sorprendere, ancora una volta, trovando un modo per cambiare, per maturare, per costruirmi. Per essere.
Ecco se voglio trovare una definizione per questi 10 anni, posso dire che “Sono”: sono presenti, sono vivi, sono respirabili in ogni centimetro della palestra.
Sono i miei sogni, splendidamente angoscianti e meravigliosi in una maniera devastante, sono il sacrificio e la fatica, sono il tempo rubato agli affetti, sono le risate con gli amici, sono gocce di sudore che bagnano un volto che invecchia, sono idee urlate contro la folla, sono sguardi di chi non capisce e volta le spalle, sono le parole non dette a mio fratello che da dieci anni condivide con me questo viaggio, sono i “sei un grande!” e i “non vali un cazzo!” che il mio Io mi sbraita contro ogni giorno, sono la voglia di stupire, sono il “mollo tutto”, sono chi crede in me sempre, comunque e nonostante tutto, sono la voglia di tornare a casa ogni sera e la voglia di essere lì un’ora prima la mattina, sono i ragazzi diventati adulti, sono le persone “dal primo giorno” e quelle “solo una volta”, sono gli amici andati via sbattendo la porta e senza salutare, e gli sconosciuti entrati in punta di piedi e poi rimasti.
Sono dieci anni di Vita.
Ma soprattutto sono tutti i volti, ormai diventati familiari, che fanno parte di una famiglia, quei volti hanno animato e tutt’ora continuano a farlo quelle quattro pareti colorate, quel pazzo mondo, quel bacino di energia che è Palestra Stile Libero. Siete voi, diventati una parte di un noi che nessuno può cancellare, voi visionari, voi sognatori, voi mi regalate la possibilità di rendere vera la mia utopia. Grazie; ma soprattutto Grazie a Marina e Paride. Senza di loro non sarei riuscito a farcela.
Siamo ad una svolta; dieci anni come un cancello da scavalcare, come fossato da saltare, un giro di boa, una linea d’ombra:

"Mi offrono un incarico di responsabilità
Domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto a partire
Getterò i bagagli in mare, studierò le carte
E aspetterò di sapere per dove si parte
Quando si parte
E quando passerà il monsone dirò
- levate l’ancora
Diritta avanti tutta, questa è la rotta, questa
È la direzione,
questa è la decisione” L.C.J.

Ci vediamo domani. Stesso posto. Stessa ora.
Un abbraccio.
Buon compleanno Stile Libero.
Fede

La foto rappresenta Paride, Ombra e Palestra Stile Libero. Ed è di mia proprietà.

sabato 16 settembre 2017

Allenamento Mentale

>ALLENAMENTO MENTALE<
L'ACSM (American College of Sport Medicine) ci offre un interessante spunto di riflessione:

http://www.acsm.org/public-information/fit/training-for-competition/article-1
 

Spesso, parlando con i ragazzi in palestra o durante le uscite podistiche, salta agli occhi come, parallelamente ad un allenamento fisico, ci sia la necessità di lavorare sulla loro componente mentale.
In un'ottica assolutamente condivisibile PNEI, la considerazione dell'uomo "individuo", etimologicamente indivisibile, scavalca decisamente la dicotomia corpo/mente. Non più due facce della stessa medaglia, ma la medaglia nel suo insieme.
Questo approccio si sposa perfettamente con il nostro modo di intendere il movimento: ascolto, personalizzazione degli stimoli allenanti, tecniche di rilassamento, approccio minimalistico alla scelta degli obiettivi, procedendo un passo alla volta, valorizzando i punti di forza per un goal setting mirato e realistico.
La mia formazione sportiva, plasmata dagli sport di resistenza e dallo studio delle Arti Marziali abbinata al percorso accademico che attraverso le Scienze Motorie mi ha condotto ad un perfezionamento in Mental Training ed, in ultimo, all'Osteopatia seguendo un interessantissimo quanto ben delineato filone contunuativo, ha sempre esaltato l'idea che per lavorare sull'uomo sia indispensabile entrare in un contatto profondo, che sia corpo/mente in un abbraccio stretto, ma non invasivo, discreto, ma presente e, sempre neutro e professionale.
SL.A.

L'immagine rappresenta Palestra Stile Libero ed è di mia proprietà

sabato 9 settembre 2017

Teoria, tecnica e didattica della corsa


- LA CORSA E IL SUO ALLENAMENTO -

Qual è la nostra proposta a riguardo? Come impostiamo una preparazione atletica per migliorare in questa disciplina sportiva dalle mille facce, dalla grande immediatezza esecutiva, ma dalla terribile difficoltà tecnica? Siamo sicuri che basti qualche riga scribacchiata su un foglio e qualche consiglio sui ritmi da tenere?
Buona lettura.

 
>TEORIA, TECNICA E DIDATTICA DELLA CORSA<
La definizione “preparatore atletico” non mi appartiene, anzi la considero un grosso limite; la uso, a volte, per comodità: è facilmente comprensibile pur donando un’idea molto vaga di ciò che propongo.
Facciamo chiarezza.
Nell’immaginario collettivo (e  ricordo che stiamo parlando di corsa) il preparatore atletico è “quello che fa le tabelle”, l’individuo avvolto da un’aura di sacralità che, con sciamanici poteri, rende ogni brocco tapascione un campione da speranza olimpica. “Quest’anno mi affido ad un preparatore”, una delle frasi più gettonate dal podista della domenica di turno che, con consumata esperienza, lascia intravedere dal telefono il testo di una mail dove, con tanto di elenchi puntati, sono snocciolati gli allenamenti da seguire, in biblico ordine, come le tavole della legge.
No, decisamente non fa per me.
Non nego di dover lavorare in questo modo (tabelle via mail) qualche volta, un po’ perché a molte persone va bene così, un po’ perché alcuni hanno timore di affidarsi e preferiscono una gestione più lasca, in modo da poter “interpretare” le tabelle a piacimento (“hai scritto 10 km, ma mi sentivo e ne ho fatti 20 …”), a volte per oggettiva distanza “di vita”, spesso perché si ha paura di uscire dalla propria zona di confort e il confronto diretto, vis a vis, quasi quotidiano con una persona che mira a mandarti in crisi (quello è l’allenamento in parole povere, mandare in crisi il “sistema” dell’allenato perché questo possa reagire e consolidarsi ad un livello superiore), può essere spaventevole.
Ogni tanto, però, qualche temerario lo trovo anch’ io; qualcuno che armato di coraggio, pazienza, ma soprattutto voglia di mettersi in gioco, di scoperta e di confronto, decide di scegliere la strada meno immediata, meno semplice e si butta con fiducia. In questi casi si può organizzare veramente un gran bel lavoro, che sia soddisfazione per entrambi gli attori di questo dialogo, perché una vera preparazione atletica non è mai una recita del singolo, l’allenatore, bensì un dibattito continuo.
Il mio concetto di preparazione atletica risente del mio vissuto, personale e di studio, quindi la performance sportiva, il risultato, rimane sempre un paio di gradini sotto rispetto alla salute dell’atleta, alla sua funzionalità rispetto al quotidiano, alla sua serenità globale, con se stesso, con gli altri.
Il lavoro che propongo ricalca proprio il titolo di questo mio post: si parte dalla teoria, cos’è la corsa, perché si corre, come farlo in maniera efficiente, se ed eventualmente quali scarpe usare; da qui si sfuma, ma l’avevate intuito, nella tecnica, prima in generale e, successivamente, quella più adatta a chi sto allenando. Non siamo tutti uguali, perché dunque dovremmo correre tutti allo stesso modo? Ovviamente qui si parte con la didattica, il lavoro: sul campo (corsa, camminata, bici, andature atletiche … quello che serve), in palestra (respirazione, potenziamento, uso dei piedi, postura, mobilità, propriocezione, forza … quello che serve) e “nella testa”, un delicato approccio all’allenamento mentale (rilassamento, motivazione … quello che serve).
Spesso si effettua un vero e proprio un reset motorio dell’atleta, cerco di valorizzare i punti che ritengo funzionali e svalutare gli schemi motori inutili ed inefficaci, trovando un compromesso accettabile tra “l’ideale teorico” e “l’ideale pratico”, per rispettare, e non smetto di sottolinearlo, il primo punto di cui sopra <il risultato è sempre in secondo piano rispetto alla salute>.
Questa per me è la “preparazione atletica”: mettersi in discussione continuamente, adattare il lavoro ogni volta in un vero e proprio processo in divenire, un viaggio difficile perché l’atleta deve rinunciare alle sue sicurezze per tuffarsi nell’ignoto e, “il preparatore”, deve trasformarsi in un abile salvagente, non solo un mero compositore di tabelle; l’obiettivo finale è sempre quello di crescere insieme.
Si può provare, vi serve solo una caratteristica, ma è irrinunciabile: la curiosità.
Un professore universitario andò a far visita al maestro Nan-in per interrogarlo a proposito dello Zen. Ma invece di ascoltare il maestro, lo studioso continuava a esporre le sue idee personali. Dopo averlo ascoltato per un pò di tempo, Nan-in servì il tè. Dopo aver riempito la tazza del visitatore, continuò a versare. Il tè traboccò dalla tazza, riempì il piattino e colò sui pantaloni dell'uomo finendo sul pavimento. "Non vedi che la tazza è colma?" Esplose il professore. "Non ce ne sta più!".
"Proprio così", replicò tranquillamente Nan-in. "E come questa tazza, tu sei colmo delle tue idee e opinioni personali. Come posso mostrarti lo Zen se prima non svuoti la tua tazza?".  (Racconto Zen)


SL.A.

Il racconto Zen è tratto da:
101 Storie Zen" a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Adelphi Edizioni, Milano, 1973
Le immagini sono tratte da:

sabato 2 settembre 2017

Chi si accontenta, gode?


300 allenamenti. Tutti diversi. Per un anno la nostra lavagna si è tinta di colori, di nomi, di fantasia, ma soprattutto, di movimento.

Chi si accontenta, gode?

Il dubbio era sorto anche al buon Ligabue (Certe Notti – 1995 https://www.youtube.com/watch?v=sURek0ZaupE ) e, questo verbo, “accontentare”, etimologicamente ci richiama ad un appagare con misura, nella giusta dose, con moderazione, un puntare a mezz’altezza che, tutto sommato può avere anche qualche pregio, ma quel “in medio stat virtus”, mi lascia sempre in bocca un gusto amaro di mediocrità; non lo vedo come ricerca di un supposto equilibrio dove tutto rimane in ordine, preciso e puntuale, bensì un rifuggire da qualsivoglia ambizione, dal desiderio di scoperta, dalla voglia di mettersi in gioco.
Sotto questa lente d’ingrandimento, allora, il nostro “Chi si accontenta, gode?”, non ha più quell’appeal aureo e brillante, ma si veste dell’abito che più gli spetta, banale e insignificante, ponendo, però, un assist invitante per sottolineare, invece, la voglia di migliorarsi e puntare in alto. Con consapevolezza, ma in alto.
Parliamo, quindi, di Palestra Stile Libero e della nuova stagione che inizierà lunedì 04 settembre.
Obiettivi:

) Cura spasmodica dell’utente della palestra. In quest’ottica ci saranno anche novità (molto) importanti a partire da ottobre. Siccome sono novità (molto) importanti, ne parleremo a tempo debito.
) Esplorazione del concetto di movimento:
< > in una visione di “salute”
< > in una visione di “sport”
< > in una visione di “confronto con sé”
< > in una visione di “confronto con gli altri”
< > in una visione di “diffusione di cultura del movimento”
< > in una visione di “socialità”
) Ricerca di connessioni profonde mente-corpo
) Ricerca della massima performance motoria personale esprimibile
) Esplorazione del concetto di corsa:
< > scoperta del piede come “organo sensoriale” e suo utilizzo
< > scoperta della propria tecnica personale e sua valorizzazione
< > benessere e performance
) Rapporto diretto “Movimento – Nutrizione – Salute – Performance”
) Rapporto diretto “Movimento – Osteopatia – Salute – Performance”

Le parole hanno un peso e queste sono veramente dei macigni; l’asticella viene alzata ad un’altezza vertiginosa, il concetto di attività motoria in palestra spinto all’estremo; il desiderio è costruire qualcosa che non sia raro … che sia unico.
Ora, la domanda che mi sorge spontanea, vista anche tutta la premessa iniziale, è: perché accontentarsi?
Perché non provare a scegliere un nuovo paradigma, motricità come stile di vita, invece di accontentarsi delle solite baggianate trite e ritrite, riproposte da anni con nomi esotici e contenuti sempre tutti uguali, veicolate da imbonitori mediatici e asservite ad un tristissimo piattume encefalogrammico? Forse perché pensate che “Chi si accontenta, gode?” …
Noi puntiamo in alto, liberi da schemi predefiniti, liberi dall’essere “trendy” a tutti i costi, liberi dal dover fare ciò che piace e non ciò che serve, liberi da qualsiasi etichetta, ma consapevoli del nostro potere: la possibilità di rendervi migliori per migliorare insieme a voi; una condivisione di intenti, una crescita comune.
Da un grande potere, derivano grandi responsabilità; è vero. E ci piace.

SL.A.

L'immagine è di mia proprietà: 300 allenamenti "Allenamenti della settimana"